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Antieroe: vince chi molla

Viviamo in un tempo che premia chi alza la voce, chi occupa spazio, chi si impone con la forza. Viviamo in un tempo da bulli.

Sembra che per poter dire qualcosa serva apparire invincibili, sempre esposti, sempre presenti, arroganti.

Eppure, nelle pieghe silenziose di questo rumore, esistono persone che scelgono una strada diversa.
La nostra distrazione cronica e il nostro cedere al fascino facile non ci permettono di individuarli subito. Ma ci sono.
Persone che non cercano i riflettori, ma che riescono comunque a lasciare un segno profondo nella vita degli altri.

È a loro che vorrei dedicare questa rubrica.

Chiamo antieroi coloro che hanno il coraggio di mostrarsi vulnerabili, che non inseguono l’approvazione a tutti i costi.
Non si travestono da personaggi. Rimangono persone.
Non sono buonisti, né furbi, né maestri di falsa modestia.

Sono esseri che, con la loro autenticità, riescono a generare valore umano, spesso senza clamore.
A volte lo fanno con uno sguardo, con la voce, con un silenzio che sospende il respiro.

Non sto parlando dei cani. Loro vincono facile.

Parlo di esseri umani che, senza eclatanza, ci regalano una visione, una riflessione, talvolta solo un sorriso, dimostrando che non serve essere eroi per fare la differenza.

Rompo gli indugi e vi presento il primo antieroe: Nicolò Fabi.

Oltre a essere un musicista eccezionale e un cantautore delicato e profondo, Nicolò è, per chi non è sbadato, un ispiratore autentico.
È uno di quegli artisti che riescono a farti cantare, ballare e, allo stesso tempo, ti obbligano a capire i testi.
Le sue canzoni sono parole che si muovono, ma soprattutto concetti che si fermano.
Restano lì, a chiederti di non passare oltre.

All’uscita di un suo concerto non ci si sente soltanto più leggeri grazie alle insolite e suadenti melodie.
Ci si sente diversi. Come se quella nudità sentimentale con cui si è presentato sul palco avesse tolto, anche a chi ascolta, un po’ di quel pudore emotivo che spesso ci impedisce di esprimere il meglio di noi.

Negli occhi delle persone non si legge celebrazione, ma gratitudine.

“Perdonatemi se tengo le luci basse, ma devo spogliarmi.”
Non è una frase ad effetto. È qualcosa di assolutamente onesto.
È il modo con cui dice: voglio donarvi qualcosa di mio e, per farlo, devo accettare il mio imbarazzo.

Quante volte capita di pentirci per non esserci svelati, di aver giocato solo di sponda, di non aver dichiarato apertamente ciò che abbiamo provato?
Poi arrivano i sensi di colpa e le parole non dette che restano lì a pesare.

Qual è la dote che permette a qualcuno di mostrarsi per ciò che è, senza artifizi?
Il coraggio.
Ecco il primo ingrediente dell’autenticità.

Altra caratteristica interessante che contraddistingue il cantautore romano è la capacità di divertirsi mentre suona.
Emana gioia e complicità con gli amici musicisti sul palco e così ci insegna che essere selettivi, scegliere con chi condividere, non significa discriminare.
L’inclusività è la capacità di coinvolgere chi ci arricchisce, non una forma pietosa di riconoscenza.

Di tanto in tanto si schermisce per la drammaturgia che infila in alcuni testi e così rende leggero anche l’attimo più intenso.
Accetta l’idea di non essere capito, ma non mette in imbarazzo chi ascolta ergendosi ad artista impegnato.

Coinvolge gli altri musicisti. Non si limita a presentarli, racconta il loro animo e la loro storia. Si sposta di lato, lascia a loro la scena, non teme di essere surclassato. Lo fa con amore, con dedizione e trasferisce il reale desiderio di condividere un progetto.

Un leader silente, non ingombrante, con un carisma così espanso che anche quando tace ti obbliga a deglutire l’emozione che sale.

Attraverso una canzone, parla del dolore più grande.
Arriva come un pugno nello stomaco, financo a colpire l’ignaro passante che, fuori dal teatro, si affretta a tornare a casa. Non sa chi stia suonando, non sente nemmeno l’eco della musica, ma viene investito lo stesso da un’energia sconosciuta e onesta.

Quelli dentro, invece, quella botta di struggimento e amore infinito la sentono eccome.
Tutti gli spettatori, anche i più rudi, i più distratti, hanno il volto rigato quando sentono parlare di un divano blu.

Lui sta lì di fronte al pubblico emozionato.
Dritto, senza rabbia.
Alla fine sorride, quasi sereno, e sussurra: anche stavolta è andata.

Che anima bella questo ragazzo.

All’uscita dal concerto si possono scrutare volti riflessivi con sorrisi compiaciuti che tradiscono pensieri dolci e intensi.
Nonostante il freddo, tutti camminano lenti, stretti nei cappotti, quasi a voler trattenere il calore del corpo e le emozioni nell’anima, dove risuonano tanti versi che donano prospettive nuove.
Espressioni poetiche che, nella loro delicatezza, ci sospingono ad agire, a cambiare, a rendere la nostra esistenza migliore.

Un’ultima riflessione la merita la canzone simbolo di questa leggerezza.
Una leggerezza capace di donare forza: Vince chi molla.
Un inno al coraggio di svincolarci da tutto ciò che ci illudiamo possa essere importante e che, invece, ci trattiene alle convenzioni, ai giudizi, alle paure, a tutto ciò che limita il nostro vivere.

Questo è il regalo inaspettato che solo un essere speciale può donarci.

Con la serenità del giusto, senza alzare mai la voce, ci destruttura dalle nostre effimere certezze, urlandoci:
“Questo sono io. Sono pronto alle critiche. Sono libero anche di soffrire.
Seleziono chi condivide la mia passione felice e mi impegno a non prendermi troppo sul serio, altrimenti annego.
Sono qui per trasmettere amore: la musica è solo un tramite.
Non necessito di palchi, ma se me ne concedete uno vi racconto qualcosa di bello”.

È in questa libertà che Nicolò Fabi diventa un modello di virtù e potenza comunicativa senza necessità di amplificazione.

Un antieroe unplugged che sa suonare la chitarra elettrica.

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