Gestione finanziaria aziendale: come evitare il rischio finanziario

  • 26 Maggio 2020

    Più volte ho descritto questo momento di profonda crisi come un amplificatore di problematiche già esistenti del sistema imprenditoriale italiano.

    Molte aziende di diversi settori, a causa del blocco generalizzato del mercato, hanno evidenziato, nei vari ambiti della loro struttura, difficoltà che probabilmente erano già insite al loro interno.

    La componente finanziaria è tra le più delicate e pericolose.

    È plausibile che tre mesi di stop forzato ci mettano in difficoltà, ma come è possibile che, per così tante società, si parli di default immediato?

    Non voglio assolutamente generalizzare ma, essendo una problematica molto diffusa, l’approfondimento del problema ha evidenziato che le cause sono diverse:

    • Eccessiva esposizione bancaria.
    • Investimenti sproporzionati rispetto alla reale forza.
    • Mancata gestione evoluta del cash flow.
    • Scarsa capitalizzazione.
    • Impegni finanziati nel breve, medio e lungo termine non correttamente valutati e mixati tra di loro
    • Eccessivi mancati pagamenti da parte dei clienti che hanno innescato una reazione a catena di insoluti.
    • Sproporzionate garanzie offerte per ottenere liquidità che oggi espongono a rischi elevati non solo l’azienda, ma anche il patrimonio personale dei soci.

     

    Quali sono le cause di gestioni finanziarie così rischiose?

    • Mancata focalizzazione nell’ambito finanziario aziendale da parte degli imprenditori che solitamente sono più orientati ad approfondire temi legati alla produzione e al reparto commerciale, aderendo ciecamente ai meccanismi di sostegno finanziario proposti dagli istituti di credito.
    • Scarsa competenza nei processi finanziari e nelle regole gestionali.
    • Tendenza a “svuotare le proprie aziende” rendendole scarsamente patrimonializzate. Su questo tema vi è un bellissimo e illuminante libro di Marco Borsa: “Capitani di sventura” (fatto sparire quasi subito dalle librerie) che, negli anni ’90, con sagacia e grande spirito di indagine, spiegava come le grandi famiglie industriali italiane innescarono questo vizioso modello di business che tendeva a utilizzare le aziende come uno strumento di business che introitava economicità con l’unico scopo di riempire le tasche dei proprietari, lasciando di fatto il contenitore (azienda) sempre vuoto e in balia di rischi incredibili che, una volta trasformatisi in difficoltà reale, coinvolgevano tutto l’indotto e ovviamente anche lo Stato in salvataggi assurdi e anti economici.

    Forse, come spesso accade, proprio questo modello di business dei grandi gruppi ha fatto scuola anche nei medi e piccoli imprenditori che, ancora oggi, utilizzano le loro aziende non per fare impresa, ma per arricchirsi a discapito dell’azienda stessa, molte volte non calcolando i reali rischi, non coprendosi adeguatamente e finendo quindi in una situazione di default, anche personale.

     

    Come è possibile evitare il rischio finanziario, l’affossamento dell’azienda o addirittura il default?

    Ovviamente, come ho già scritto, non è mia intenzione generalizzare perché molti di voi lettori sicuramente appartengono alla categoria virtuosa degli imprenditori, ma è importante ricordare sempre le regole proattive che permettono ad un’azienda di prosperare, anche in ambito finanziario, sia per coloro che oggi vivono questa crisi come elemento da affrontare, così come per quelle aziende che la indentificano come il boia che sta eseguendo la loro condanna a morte.

    Innanzitutto, dobbiamo focalizzare cos’è la gestione finanziaria all’interno dell’azienda: è l’equilibrio di tutte le sue componenti. Se paragonassimo la nostra impresa ad una bicicletta, la produzione e il commerciale sarebbero i due pedali e la componente finanziaria altro non sarebbe che il telaio che tutto unisce ed equilibra. E quanto più il telaio è bilanciato e flessibile, quanto più i pedali potranno essere sfruttati senza riserva.

    Certo è che se il nostro telaio fosse troppo rigido, oppure eccessivamente morbido o, peggio ancora, fuori asse (storto), come potremmo immaginare di sfruttare al meglio la nostra propulsione sui pedali?

    Rischieremmo di uscire di strada a ogni pedalata. Il nostro incedere sarebbe dispersivo e senza costrutto: saremmo più attenti a non cadere piuttosto che percorrere più strada con minor tempo possibile.

    Se questa gestione finanziaria fosse scarsa continueremmo a guardare i conti piuttosto che il mercato, così come se fossimo in bicicletta continueremmo a guardare sotto la sella, le ruote, il telaio stesso, per capire come mai non siamo stabili e ci dimenticheremmo di spingere su quei maledetti pedali e, ancor peggio, di guardare dove stiamo andando, aumentando sempre di più i nostri rischi.

    Poi un brutto giorno arriva una pandemia che tutto blocca e che potremmo metaforizzare come una voragine in mezzo alla strada che tutti i nostri competitor percorrono insieme a noi.

    Ma noi siamo impegnati a capire perché non riusciamo a pedalare dritti, siamo distratti e, seppur la nostra esperienza e competenza ci spingono ad andare veloci nonostante la testa bassa, siamo più concentrati a stare in piedi piuttosto che scegliere la strada che ormai è obbligata.

    Abbiamo i freni?

    Alziamo la testa in tempo?

    Il nostro disequilibrio che ci accompagna da anni quante manovre ci consente?

    Ecco, proprio questo è il punto.

    È inutile avere grande capacità produttiva e ottima forza commerciale, se continuiamo a vivere nel dubbio finanziario di potercela fare.

    Davanti a questa crisi che comunque ha interrotto la via per tutti:

    • Qualcuno è riuscito a frenare, ma non sa bene come ripartire;
    • Qualcuno, grazie al suo dinamismo, è riuscito a “scartare” e, mentre la voragine si stava ancora formando, ha trovato una via alternativa in modo veloce ed è andato oltre.
    • Altri, purtroppo, ci sono finiti dentro senza poter far nulla per evitarlo e ora sono in attesa che qualcuno li aiuti a uscire (lo Stato), ma sono tanti e qualcuno è già morto.

    Fare imprenditoria non significa avere un’azienda, significa generare ricchezza non per sé, ma per l’azienda stessa.

    Significa saper dire no.

    Significa saper scegliere, anche quando questo comporta il rifiuto di un ordine importante ma non sufficientemente redditizio.

    Significa avere la responsabilità dei propri uomini e delle loro famiglie.

    Fare l’imprenditore è, dopo il genitore, il lavoro più complicato da fare, ma come per un papà e una mamma, è qualcosa di magnificamente soddisfacente.

    Prima delle modalità correttive e virtuose da inserire nella gestione finanziaria della vostra azienda, per me era fondamentale trasmettervi la sensazione di equilibrio che dovete ricercare. Come si fa?

    Tra qualche giorno approfondiremo qualche aspetto utile e facilmente integrabile, laddove prima di tutto, vi sia la volontà di sostenere la propria azienda e non esclusivamente le proprie tasche.

     

    Stefano Pigolotti

    Comments(1)

    • giada oltramari
      • giada oltramari
      • 3 Luglio 2020

      Bellissimo articolo: penso che ogni imprenditore dovrebbe leggerlo! Complimenti.

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