Attitudini: i “super poteri” delle conoscenze

  • 26 Giugno 2020

    Quante volte nella vita, quando eravamo ragazzi, ci hanno detto “studia perché un pezzo di carta è sempre utile”?

    Dietro a questo consiglio vincolante, che spesso faceva leva sui nostri sensi di colpa, si nascono due elementi fondamentali:

    • La convinzione che approfondire una materia fosse fondamentale per trovare un posto di lavoro e, ancor di più, poter rivestire un ruolo nel mondo.
    • Attraverso il raggiungimento di un obiettivo di studio si crea un piano di confronto fatto di trentesimi, centesimi o cento decimi con lode che ci mette in competizione e misura la nostra capacità di raggiungimento di un obiettivo.

    Entrambi gli elementi sono sicuramente stimolanti, ma allo stesso tempo nascondono il rischio di una delusione cocente. Molti neolaureati, ad esempio, si chiedono costantemente: “perché pur essendomi laureato con 110 e lode non riesco a trovare un posto di lavoro che soddisfi le mie aspettative economiche e professionali? Eppure mi hanno sempre detto che un pezzo di carta avrebbe cambiato la mia vita”.

    Ma non è così.

    In effetti, soprattutto nell’attuale economia orientata principalmente alle relazioni e alla creatività, oltre ad avere “il pezzo di carta”, si devono maturare attitudini tali da poterci introdurre in modo fluido nel mondo del lavoro. La flessibilità, la capacità di adattarsi e allo stesso tempo l’atteggiamento proattivo che sovverte determinate condizioni sono soft skills così come la perseveranza e la resilienza, importanti quanto le competenze che abbiamo acquisito in tanti anni di studio.

    Attenzione, non sto dichiarando che le attitudini come ad esempio il saper comunicare bene, essere coraggiosi e intraprendenti possano sostituire la competenza tecnica professionale di cui necessitiamo per lo sviluppo di quello specifico lavoro, ma è certo che presentarsi con una laurea in tasca ad un colloquio di lavoro che reca ancora fresco il 110 e lode, non serve a nulla se non sappiamo trasmettere empaticamente la nostra visione interpretativa di come vorremmo sviluppare quel lavoro.

     

    Perché ancora oggi siamo così orientati a voler, prima di ogni altra cosa il “pezzo di carta” senza impegnarci a curare gli aspetti relazionali che fanno la differenza?

     

    Il problema è endemico, è all’interno della nostra struttura di business e societaria: per poter ottenere un determinato posto di lavoro si è obbligati ad avere il famoso “pezzo di carta”.

    Questa situazione di per sé non è errata, la scolarizzazione è l’unico elemento basilare e misurabile su cui si può oggettivamente basare la valutazione dell’acquisizione di competenze da parte di una persona.

    In realtà questo vale per ruoli di attivazione di un primo posto di lavoro, tanto è vero che nel momento in cui il ruolo richiesto è di maggiore responsabilità, oltre al titolo di studio viene richiesta l’esperienza maturata sul campo.

    Anche in questo caso però, si sfocia sempre nell’elemento competenziale e solo negli ultimi anni si accenna a un approfondimento attitudinale.

    Come a dire, ma nella tua esperienza precedente eri un buon leader?

    Oppure, hai avuto occasione di partecipare a degli eventi pubblici in cui dovevi relazionare e hai avuto successo?

    Negli scorsi anni ho avuto modo di leggere un’intervista a una studiosa statunitense Angela Duckworth che, analizzando il successo di determinati studenti universitari e di giovani militari dell’Accademia di West Point, evidenziava come coloro che risultavano primeggiare non erano dotati esclusivamente di competenze specifiche nell’ambito di studio, ma vi era un denominatore comune tra tali performer che li identificava perfettamente. Un’attitudine. La grinta.

    Cioè la caparbietà di porre in essere tutto ciò che è stato acquisito, imparato, espresso coordinando sentimento, desiderio, competenza e attitudine.

    Non stiamo parlando di rulli compressori che non hanno alcun sentimento, o degli scalatori sociali che, pur di raggiungere la meta, generano desolazione. Ma di ragazzi che, capendo perfettamente le loro potenzialità, assorbendo quotidianamente competenze verticali, esperienziali e di studio hanno saputo metterle a terra raggiungendo il successo.

    All’interno del mondo imprenditoriale, ci sono tantissimi esempi di figure che pur non avendo un “pezzo di carta” hanno raggiunto il successo.

    Al nostro studente modello che tanto ha faticato per raggiungere la laurea questo risulta bizzarro, quasi incoerente: come è possibile che un uomo con la terza media possa essere a capo di una struttura fatta di tante persone con fatturati milionari?

    Con questa domanda crolla il castello di carte, veniamo a contatto con la dura realtà, ci sentiamo traditi da chi vicino a noi ci ha consigliato di studiare per arrivare al successo.

    Il consiglio non era sbagliato. Era semplicemente monco.

    Il mondo è sempre più competitivo e sapere non è più sufficiente, deve essere legato al saper essere, alle esperienze di vita e alle espressioni attitudinali di ciascuno di noi che valgono tanto quanto le conoscenze esperienziali o di studio.

    Spetta a noi saperle gestire al meglio, esprimere la nostra essenza, orientarci al successo miscelandole tra loro.

    È inutile avere un’autovettura con un motore super potente se non abbiamo l’accensione per farlo partire come è inutile avere tecnica calcistica sopraffina se poi non abbiamo la capacità di inserirci all’interno dei meccanismi della squadra e di sacrificarci per essa.

    È inutile detenere tutte le competenze del mondo se non siamo in grado di trasmetterle e condividerle con il mondo stesso, rendendole efficaci.

     

    Stefano Pigolotti

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